Il valore non nasce dal DCF: nasce dal vantaggio competitivo
15/06/2026
Il valore non nasce dal DCF: nasce dal vantaggio competitivo
La scorsa settimana, partendo dal caso SpaceX, ci siamo chiesti quanto il valore di un'impresa possa discostarsi dai fondamentali, e quanto invece dipenda dalla narrativa che il mercato è disposto a premiare.
Questa settimana lo sguardo si sposta da "quanto vale" a "come si arriva a stimarlo".
Su questo, i nuovi Principi Italiani di Valutazione (PIV 2026, in bozza) evidenziano un cambio di prospettiva importante: il processo valutativo non si esaurisce nella corretta applicazione delle tecniche di stima dei tassi, ma richiede a monte un'analisi del modello di business e un'analisi strategica, finalizzate a selezionare il modello valutativo più coerente con la situazione dell'impresa.
È esattamente il lavoro su cui siamo impegnati in Revidere in questi giorni.
Ci troviamo di fronte a una società con un rendimento del capitale investito (ROIC) superiore al costo medio ponderato del capitale (WACC): una condizione di creazione di valore. Ma la vera domanda, in linea con quanto richiesto dai nuovi principi, è un'altra: questa sovra-redditività da cosa dipende, e per quanto tempo è destinata a durare?
Per rispondere, abbiamo condotto l'analisi del posizionamento competitivo dell'impresa attraverso due lenti complementari:
L'esito di questa analisi indica una condizione di vantaggio competitivo temporaneo: l'impresa oggi remunera il capitale investito oltre il suo costo, ma le caratteristiche del vantaggio non ne garantiscono la sostenibilità nel lungo periodo — i concorrenti, prima o poi, diranno la loro.
Questa conclusione non è un dettaglio di contesto: è il fondamento della scelta del modello valutativo.
Un DCF con crescita perpetua presupporrebbe la capacità dell'azienda di continuare a generare rendimenti superiori al costo del capitale indefinitamente, ipotesi incompatibile con un vantaggio temporaneo. La scelta più coerente diventa quindi un DCF a periodo esplicito allineato alla durata stimata del vantaggio competitivo, senza tasso di crescita g nel terminal value: oltre quell'orizzonte, la convergenza verso condizioni di parità competitiva (ROIC → WACC) va riflessa nelle ipotesi di terminal value stesse.
È proprio questa la profondità di analisi che i nuovi PIV 2026 richiedono: non solo tecnica, ma giudizio. Capire prima il "perché" del valore, per scegliere correttamente il "come" stimarlo.
È l'approccio che da tempo guida il nostro lavoro e che intendiamo continuare a perseguire: comprendere prima le determinanti del valore per sviluppare valutazioni robuste, coerenti e realmente utili ai processi decisionali dei nostri clienti.
La scorsa settimana, partendo dal caso SpaceX, ci siamo chiesti quanto il valore di un'impresa possa discostarsi dai fondamentali, e quanto invece dipenda dalla narrativa che il mercato è disposto a premiare.
Questa settimana lo sguardo si sposta da "quanto vale" a "come si arriva a stimarlo".
Su questo, i nuovi Principi Italiani di Valutazione (PIV 2026, in bozza) evidenziano un cambio di prospettiva importante: il processo valutativo non si esaurisce nella corretta applicazione delle tecniche di stima dei tassi, ma richiede a monte un'analisi del modello di business e un'analisi strategica, finalizzate a selezionare il modello valutativo più coerente con la situazione dell'impresa.
È esattamente il lavoro su cui siamo impegnati in Revidere in questi giorni.
Ci troviamo di fronte a una società con un rendimento del capitale investito (ROIC) superiore al costo medio ponderato del capitale (WACC): una condizione di creazione di valore. Ma la vera domanda, in linea con quanto richiesto dai nuovi principi, è un'altra: questa sovra-redditività da cosa dipende, e per quanto tempo è destinata a durare?
Per rispondere, abbiamo condotto l'analisi del posizionamento competitivo dell'impresa attraverso due lenti complementari:
- il modello I/O (Industrial/Organization model), per comprendere l'attrattività del settore e le dinamiche concorrenziali in cui l'azienda opera;
- il modello VRIN (Valuable, Rare, Imperfectly Imitable, Non-Substitutable), per verificare se le risorse e competenze alla base del vantaggio siano effettivamente di valore, rare, difficilmente imitabili e non sostituibili.
L'esito di questa analisi indica una condizione di vantaggio competitivo temporaneo: l'impresa oggi remunera il capitale investito oltre il suo costo, ma le caratteristiche del vantaggio non ne garantiscono la sostenibilità nel lungo periodo — i concorrenti, prima o poi, diranno la loro.
Questa conclusione non è un dettaglio di contesto: è il fondamento della scelta del modello valutativo.
Un DCF con crescita perpetua presupporrebbe la capacità dell'azienda di continuare a generare rendimenti superiori al costo del capitale indefinitamente, ipotesi incompatibile con un vantaggio temporaneo. La scelta più coerente diventa quindi un DCF a periodo esplicito allineato alla durata stimata del vantaggio competitivo, senza tasso di crescita g nel terminal value: oltre quell'orizzonte, la convergenza verso condizioni di parità competitiva (ROIC → WACC) va riflessa nelle ipotesi di terminal value stesse.
È proprio questa la profondità di analisi che i nuovi PIV 2026 richiedono: non solo tecnica, ma giudizio. Capire prima il "perché" del valore, per scegliere correttamente il "come" stimarlo.
È l'approccio che da tempo guida il nostro lavoro e che intendiamo continuare a perseguire: comprendere prima le determinanti del valore per sviluppare valutazioni robuste, coerenti e realmente utili ai processi decisionali dei nostri clienti.
